La Quadratura del Cerchio: Un padre, tre adolescenti: una storia di famiglia, silenzi e seconde possibilitÃ
Paperback
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ISBN13: 9798258818874
Publisher: Independently Published
Published: Apr 25 2026
Pages: 92
Weight: 0.30
Height: 0.19 Width: 6.00 Depth: 9.00
Language: Italian
Publisher: Independently Published
Published: Apr 25 2026
Pages: 92
Weight: 0.30
Height: 0.19 Width: 6.00 Depth: 9.00
Language: Italian
Un padre, tre figli adolescenti e una domanda senza risposta: quando finisce la responsabilità dei genitori e comincia quella dei figli?
In queste pagine, Rocco Malcachia racconta la sua lotta quotidiana, tra porte sbattute, silenzi che pesano più delle parole e quella continua sensazione di aver sbagliato tutto.
In queste pagine, Rocco Malcachia racconta la sua lotta quotidiana, tra porte sbattute, silenzi che pesano più delle parole e quella continua sensazione di aver sbagliato tutto.
Un libro sincero, amaro e divertente, che mostra come la quadratura del cerchio della famiglia sia impossibile. Ma provarci resta l'unico modo per restare in piedi. PROLOGO - Il corpo davanti al primo binario Lo trovo steso davanti al primo binario.
Per un secondo penso sia morto.
Un secondo solo. Ma quel secondo è un colpo secco allo stomaco, come se ti mancasse l'aria.
Ha una felpa che non è sua. Nessun telefono in vista. Accanto a lui un ragazzo sconosciuto che lo guarda come si guarda un incendio in lontananza: con curiosità e un certo sollievo che non sia casa tua a bruciare.
Poi se ne va, senza dire nulla.
E io resto lì, con mio figlio sdraiato sull'asfalto della stazione.
Diciotto anni. Spalle larghe, corpo da nuotatore.
Immobile come un manichino piegato male.
Seconda volta in cinque mesi. La prima volta mi aveva chiamato la polizia alle quattro del mattino:
Suo figlio è al pronto soccorso. Ha bevuto troppo. Può venire?
Avevo pensato: una sbronza capita. Fa curriculum adolescenziale. Una notte di quelle che, tra dieci anni, diventeranno aneddoto da bar.
Avevo perfino provato a mostrarmi comprensivo. Una volta ci può stare, mi ero detto. Ma ora no.
Ora è diverso.
Stessa sostanza, stesso cocktail - Vodka e Red Bull - ma con qualcosa di più sporco, più vigliacco.
Mi chino. Sento il respiro, lento, pesante. Odore acre di alcool e zucchero sintetico.
Gli tocco la spalla. Niente.
Lo sollevo come si solleva una colpa che non ti appartiene del tutto ma che ormai ti porti addosso.
Lo metto in macchina. Non parla. Non apre gli occhi.
Respira come uno che ha smesso di lottare.
Io guido, muto.
Lui affonda, muto.
E in mezzo ci siamo noi due: padre e figlio, separati da una distanza che non si misura in chilometri. Il tragitto verso casa è un monologo silenzioso:
Dove ho sbagliato? Quando? Come si fa a tornare indietro?
La strada mi suggerisce che non si torna indietro.
Mi rendo conto che sto stringendo il volante troppo forte, come se potessi tenerlo sveglio con la pressione delle mani. Mi chiamo Rocco.
Ho cinquant'anni.
Tre figli. Tutti e tre entrati nell'adolescenza come si entra in un vicolo buio: convinti di sapere dove porta.
E questa è la prima volta che penso, davvero, che potrei averli persi tutti. Mio padre non urlava. Non minacciava. Non si disperava.
Quando sbagliavo, non mi toglieva la parola: mi toglieva il tempo.
Vieni con me diceva.
E finivamo a sistemare la cantina, a fare la spesa, a camminare.
Non spiegava nulla. Non c'era dialogo, ma c'era presenza.
Forse è lì che ho imparato a non dire le cose giuste al momento giusto. Arrivo a casa.
Lo aiuto a scendere.
Lui non dice nulla. Neanch'io.
Ci sono silenzi che pesano più di cento frasi sbagliate.
Lo reggo come si regge un mobile ingombrante: troppo grande per stare in una sola mano, troppo fragile per lasciarlo cadere.
Cammina a scatti, come se ogni passo fosse un favore che mi concede.
Lo accompagno dentro. Apro la porta. La luce bianca dell'ingresso è quella di sempre, ma sembra più spietata: illumina ciò che non voglio vedere.
Per un secondo penso sia morto.
Un secondo solo. Ma quel secondo è un colpo secco allo stomaco, come se ti mancasse l'aria.
Ha una felpa che non è sua. Nessun telefono in vista. Accanto a lui un ragazzo sconosciuto che lo guarda come si guarda un incendio in lontananza: con curiosità e un certo sollievo che non sia casa tua a bruciare.
Poi se ne va, senza dire nulla.
E io resto lì, con mio figlio sdraiato sull'asfalto della stazione.
Diciotto anni. Spalle larghe, corpo da nuotatore.
Immobile come un manichino piegato male.
Seconda volta in cinque mesi. La prima volta mi aveva chiamato la polizia alle quattro del mattino:
Suo figlio è al pronto soccorso. Ha bevuto troppo. Può venire?
Avevo pensato: una sbronza capita. Fa curriculum adolescenziale. Una notte di quelle che, tra dieci anni, diventeranno aneddoto da bar.
Avevo perfino provato a mostrarmi comprensivo. Una volta ci può stare, mi ero detto. Ma ora no.
Ora è diverso.
Stessa sostanza, stesso cocktail - Vodka e Red Bull - ma con qualcosa di più sporco, più vigliacco.
Mi chino. Sento il respiro, lento, pesante. Odore acre di alcool e zucchero sintetico.
Gli tocco la spalla. Niente.
Lo sollevo come si solleva una colpa che non ti appartiene del tutto ma che ormai ti porti addosso.
Lo metto in macchina. Non parla. Non apre gli occhi.
Respira come uno che ha smesso di lottare.
Io guido, muto.
Lui affonda, muto.
E in mezzo ci siamo noi due: padre e figlio, separati da una distanza che non si misura in chilometri. Il tragitto verso casa è un monologo silenzioso:
Dove ho sbagliato? Quando? Come si fa a tornare indietro?
La strada mi suggerisce che non si torna indietro.
Mi rendo conto che sto stringendo il volante troppo forte, come se potessi tenerlo sveglio con la pressione delle mani. Mi chiamo Rocco.
Ho cinquant'anni.
Tre figli. Tutti e tre entrati nell'adolescenza come si entra in un vicolo buio: convinti di sapere dove porta.
E questa è la prima volta che penso, davvero, che potrei averli persi tutti. Mio padre non urlava. Non minacciava. Non si disperava.
Quando sbagliavo, non mi toglieva la parola: mi toglieva il tempo.
Vieni con me diceva.
E finivamo a sistemare la cantina, a fare la spesa, a camminare.
Non spiegava nulla. Non c'era dialogo, ma c'era presenza.
Forse è lì che ho imparato a non dire le cose giuste al momento giusto. Arrivo a casa.
Lo aiuto a scendere.
Lui non dice nulla. Neanch'io.
Ci sono silenzi che pesano più di cento frasi sbagliate.
Lo reggo come si regge un mobile ingombrante: troppo grande per stare in una sola mano, troppo fragile per lasciarlo cadere.
Cammina a scatti, come se ogni passo fosse un favore che mi concede.
Lo accompagno dentro. Apro la porta. La luce bianca dell'ingresso è quella di sempre, ma sembra più spietata: illumina ciò che non voglio vedere.
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